Tesi Issr/“Mons. Zola, la Vigile Sentinella nella Casa del Signore”
La ricerca di Pierpaolo Signore…“Il Magistero di Leone XIII nell’Episcopato di Mons. Salvatore Luigi Zola”.
LA VITA TERRENA E IL CAMMINO DI FEDE
Salvatore Luigi Zola, nato a Pozzuoli il 12 Aprile 1822 dal Conte Francesco Zola e da Donna Giuseppina di Fraia, rinuncia presto al titolo di Conte e viene ordinato sacerdote il 9 febbraio 1845. Il 7 luglio 1870 viene nominato Abate, conducendo una vita interamente dedita alla preghiera e alla cura delle anime. La stima nei suoi confronti cresce e nel 1873 diventa vescovo di Ugento, in provincia di Lecce, dove non trova una facile situazione poiché la Diocesi è vacante dal 1863. Rimane nella cittadina per pochi anni e nel 1877 viene traslato a Lecce, dove diviene il Vescovo più popolare e amato tra quelli di Lecce dell’ultimo secolo perché alla nobiltà dei natali e alle elette qualità di cuore e di mente, unisce la santità della vita.
UN DIFFICILE PERIODO STORICO-POLITICO
Siamo negli ultimi decenni dell’Ottocento, quando la società pugliese vive uno dei periodi più intensi e travagliati della sua storia: gli esiti del contrasto fra Stato e Chiesa sono evidenti quasi ovunque e mons. Zola cerca di creare un dialogo tra le correnti laiche e quelle cattoliche, denunciando l’esistenza, all’interno della società, di molti nemici della Chiesa. Per questo è sua premura esortare i fedeli ad amare la Chiesa e Gesù Cristo in essa, a guardarla come madre e maestra infallibile. Per lui, un rimedio vero ed efficace è quello di stringersi attorno alla Chiesa e di unirsi, per difenderla dagli assalti dei nemici, senza rimanere freddi, inoperosi e indifferenti.
LE SCELTE PASTORALI: IL BINOMIO CON LEONE XIII
Il Vescovo ricalca, nelle sue riflessioni, le linee guida del magistero di Leone XIII in un esercizio che non comprende solo la teoria, ma anche e soprattutto la pratica. Egli, sentendosi “vigile sentinella nella casa del Signore” si sforza di tradurre le parole in azione, in particolare, dopo gli anni ’60 – ’70, quando cominciano a diffondersi dottrine ostili alla Chiesa, considerata nemica della grandezza della Patria e che considerano il papa come un nemico dello Stato. Ad aggravare la situazione, la chiusura di molti seminari, tra cui quello leccese, occupato nel ’71 e usato come caserma. In questo modo, la formazione dei nuovi sacerdoti viene ostacolata e nel clero ormai serpeggiavano divisioni e apostasie favorite dai nuovi governanti.
CURA E FORMAZIONE DEL CLERO LECCESE
Il nuovo obiettivo di mons. Zola è, ora, la formazione del nuovo clero, in cui riportare tutta la purezza della dottrina della Chiesa: li esorta ad essere esempio di virtù non solo con le parole, ma anzitutto con le opere, a far trasparire la loro santità. Li incoraggia a curare lo spirito con l’istruzione e l’educazione, la preghiera, la meditazione, la recita devota dell’Ufficio divino, gli esercizi spirituali e con sano realismo aggiunge che, oltre alla santità, è necessaria la dottrina per combattere il vizio e confutare le false dottrine.
UNA SOCIETÀ SENZA SPERANZA
Il Vescovo leccese trema di fronte ad una società ammalata che, secondo il suo pensiero non crede, non spera e non ama: per lui la “cura” applicabile è quella di riaffermare l’importanza delle virtù teologali, fede, speranza e carità, già a partire dall’educazione delle nuove generazioni. La malattia risiede nell’eresia del XIX secolo, che vede la deificazione della ragione umana, a discapito del dogma cattolico, accusato di eccessiva durezza nelle dottrine evangeliche. A questo si aggiungano il libertinaggio, che tende a oscurare la mente; la lettura dei libri proibiti che insinuano l’errore e la corruzione nel cuore, la depravazione nei costumi e la bestemmia. A quest’ultima Zola dedica un’intera lettera pastorale, affermando come essa rovina la fede, chiude il cuore alla speranza in Dio, perché colui che bestemmia, propaga la ribellione, calpesta l’autorità ecclesiastica e quella civile che da Lui è voluta, distrugge la morale cattolica e la civiltà dando scandalo.
LA CITTÀ DI LECCE E IL SUO PASTORE
In città, egli è sempre salutato da entusiastiche dimostrazioni di affetto, anche per le numerose opere di carità che va compiendo quotidianamente. Spende ingenti somme nella ristrutturazione del seminario e offre tutti i suoi averi ai poveri, alle famiglie bisognose, agli studenti privi di libri, alle fanciulle bisognose di dote e agli operai senza lavoro.
Memorabile anche la sua visita a Torchiarolo nel 1886, quando la popolazione viene colpita dal colera ed egli, incurante del pericolo, si aggira da solo nelle case, nei tuguri, ovunque si trovava un coleroso.
La sua attenzione è anche attirata dai bambini sordomuti e, con l’aiuto di un sacerdote napoletano, Filippo Smaldone, arrivato a Lecce nel 1882, fonda, nel 1888, una piccola comunità di suore, dedite all’educazione dei piccoli sfortunati. Istituisce il primo Oratorio domenicale per i giovani nello stesso anno, un Comitato per gli Interessi Cattolici di Lecce nel 1892, l’organizzazione delle Donne cristiane, l’Opera dei Tabernacoli e delle Chiese povere e l’Assistenza ai malati poveri e consiglia l’adesione ad Associazioni cattoliche quali la Propagazione della Fede e la Santa Infanzia, quella delle Buone Opere, della Buona Stampa, delle Madri Cristiane ed altre ancora.
LA MORTE E L’AFFETTO DEI CONCITTADINI
Alla sua morte, avvenuta il 28 aprile del 1898, l’intera città lo piange amaramente e con profondo affetto, avendo perso, con lui, un padre, un benefattore e un amico. Anche quattordici anni dopo la sua scomparsa, quando la sua salma viene riesumata per essere, poi, trasportata nel Duomo dal cimitero, i fedeli di Lecce e provincia danno prova di un’imponente dimostrazione di affetto: più di sessantamila persone sono presenti all’evento, una folla immensa per una piccola città come era Lecce all’epoca.
Eugenia Quarta

















