Tra fede, tradizione e post-modernità/La Festa sia autentica
In un testo di Jeanne Hersch, filosofa e scrittrice ginevrina, intitolato “Festa”, troviamo una sintesi del significato e del complesso dei sentimenti che accompagnano, ogni anno e più volte all’anno le ricorrenze delle feste che mettono al centro il Santo Patrono, costruendovi attorno eventi popolari, legati quasi sempre alla tradizione, in una nebulosa indistinta in cui il richiamo, in verità via via più flebile, alla “santità” si mescola a tradizioni paganeggianti e a spinte consumistiche, ormai diventate imprescindibili come le gare pirotecniche e le luminarie sempre più spettacolari.
A tutta questa “ricchezza” antropologia e di tradizione non si sottrae la ricorrenza religiosa e civile di Sant’Oronzo, che unisce il popolo leccese ad un simulacro dal quale vanno via via disperdendosi quei legami forti di carattere religioso e spirituale che consentivano di alludere ad una trascendenza dalla quotidianità, e a mantenere quel coinvolgente significato della festa del quale la scrittrice ginevrina vuole farci partecipi.
Ma conviene citare testualmente: “Celebriamo le feste. Festeggiamo chi ci ama, le stagioni, le lune, ciascuno troverà la certezza che quaggiù c’è un posto per lui. Forse questo è l’essenziale: che la festa crei un ordine solenne, in cui ciascuno è confermato nel proprio ruolo, nel proprio posto rispetto al tutto. È questo, credo, ciò che manca di più agli uomini del nostro tempo: la certezza di avere il proprio posto nella festa esuberante e tragica del mondo e della storia”.
Una pagina di elevato spessore lirico, che ci rimanda ad un imperativo che riguarda il “tutto”, al cui ingresso si trova la domanda sull’enigma mai risolto in maniera definitiva e sintetizzato drasticamente da molti filosofi, di tutti i tempi: “Che cosa è l’uomo?” e che viene ripreso nei contenuti di attesa e di speranza sintetizzati nella domanda contenuta nella S. Scrittura: “Chi è l’uomo, perché tu te ne curi?”.
Domande radicali che accompagnano i miei pensieri su una “festa” che è sempre meno una festa e sempre più un frastuono in cui si disperdono le tradizioni, il senso vivo della comunione che dovrebbe riaccendersi e rilanciarsi attorno alla memoria del Santo Patrono, il significato dell’uomo smarrito nella folla vociante, abbagliato dalle luminarie, condannato al silenzio dallo schioppettio insistente dei fuochi d’artificio. È la perdita, insomma, di quell’appartenenza al “tutto”, nella quale soltanto si trova la risposta alla domanda sull’uomo. E lungo le strade affollate, che diventano a volte deserte di buoni sentimenti, pullulanti di superstizione che si alterna all’indifferenza, passa il santo, accompagnato dall’Arcivescovo, con i paramenti delle grandi occasioni e dal Clero della Diocesi, invitato a sentirsi “unito” una volta di più alla propria Chiesa.
E poi la banda musicale, i fuochi d’artificio, l’Omelia dell’Arcivescovo che mette a nudo la carenze più gravi nella conduzione della società civile, con il richiamo autorevole alle responsabilità dei singoli e della collettività; con il rimando al dovere cristiano di non dimenticare gli “esclusi”, di farsi voce di chi non ha voce. È tutto un “fremito”! La folla fa silenzio per qualche momento. Sembra che mediti sul serio seguendo il monito del Pastore. Poi l’applauso finale, umano fuoco d’artificio che accompagna ormai le vicende umane dalla nascita alla morte.
Poi le campane il cui scampanio festoso viene man mano superato dal vociare indistinto, dal chiasso assordante di una folla, che sgranocchia arachidi arrostite e fa la fila per comperare la “cupeta” o ascolta intontita le grida dell’ambulante che promette miracoli multidirezionali dai suoi articoli che dovrebbero finalmente far felice la massaia. Ma ormai la “festa” non c’è più! Sant’Oronzo è una variabile indipendente, figurarsi la storia della sua santità. Come dire: Passata la festa… gabbato lo santo!
Mario Signore
Docente universitario















