Pubblicato in: Sab, Ago 25th, 2012

Tra fede, tradizione e post-modernità/La Festa sia autentica

In un testo di Jeanne Hersch, filosofa e scrittrice ginevrina, intitolato “Festa”, troviamo una sintesi del significato e del complesso dei sentimenti che accompagnano, ogni anno e più volte all’anno le ricorrenze delle feste che mettono al centro il Santo Patrono, costruendovi attorno even­ti popolari, legati quasi sempre alla tradizione, in una nebulosa indi­stinta in cui il richiamo, in verità via via più flebile, alla “santità” si mescola a tradizioni paganeggianti e a spinte consumistiche, ormai diventate imprescindibili come le gare pirotecniche e le luminarie sempre più spettacolari.

A tutta questa “ricchezza” antropologia e di tradizione non si sottrae la ricorrenza religiosa e civile di Sant’Oronzo, che unisce il popolo leccese ad un simulacro dal quale vanno via via disperdendosi quei legami forti di carattere religioso e spirituale che consentivano di alludere ad una trascendenza dalla quotidianità, e a mantenere quel coinvolgente significato della festa del quale la scrittrice ginevrina vuole farci partecipi.

Ma conviene citare testualmente: “Celebriamo le feste. Festeggiamo chi ci ama, le stagioni, le lune, ciascuno troverà la certezza che quaggiù c’è un posto per lui. Forse questo è l’essenziale: che la festa crei un ordine solenne, in cui ciascuno è confermato nel proprio ruolo, nel proprio posto ri­spetto al tutto. È questo, credo, ciò che manca di più agli uomini del nostro tempo: la certezza di avere il proprio posto nella festa esuberante e tragica del mondo e della storia”.

Una pagina di elevato spessore liri­co, che ci rimanda ad un imperativo che riguarda il “tutto”, al cui ingres­so si trova la domanda sull’enigma mai risolto in maniera definitiva e sintetizzato drasticamente da molti filosofi, di tutti i tempi: “Che cosa è l’uomo?” e che viene ripreso nei contenuti di attesa e di speranza sintetizzati nella domanda contenu­ta nella S. Scrittura: “Chi è l’uomo, perché tu te ne curi?”.

Domande radicali che accompa­gnano i miei pensieri su una “festa” che è sempre meno una festa e sempre più un frastuono in cui si disperdono le tradizioni, il senso vivo della comunione che dovrebbe riaccendersi e rilanciarsi attorno alla memoria del Santo Patrono, il significato dell’uomo smarrito nella folla vociante, abbagliato dalle luminarie, condannato al silenzio dallo schioppettio insistente dei fuochi d’artificio. È la perdita, insomma, di quell’appartenenza al “tutto”, nella quale soltanto si trova la risposta alla domanda sull’uo­mo. E lungo le strade affollate, che diventano a volte deserte di buoni sentimenti, pullulanti di supersti­zione che si alterna all’indifferen­za, passa il santo, accompagnato dall’Arcivescovo, con i paramenti delle grandi occasioni e dal Clero della Diocesi, invitato a sentirsi “unito” una volta di più alla propria Chiesa.

E poi la banda musicale, i fuochi d’artificio, l’Omelia dell’Ar­civescovo che mette a nudo la carenze più gravi nella conduzione della società civile, con il richiamo autorevole alle responsabilità dei singoli e della collettività; con il rimando al dovere cristiano di non dimenticare gli “esclusi”, di farsi voce di chi non ha voce. È tutto un “fremito”! La folla fa silenzio per qualche momento. Sembra che mediti sul serio seguendo il monito del Pastore. Poi l’applauso finale, umano fuoco d’artificio che ac­compagna ormai le vicende umane dalla nascita alla morte.

Poi le cam­pane il cui scampanio festoso viene man mano superato dal vociare indistinto, dal chiasso assordante di una folla, che sgranocchia arachidi arrostite e fa la fila per comperare la “cupeta” o ascolta intontita le grida dell’ambulante che promette miracoli multidirezionali dai suoi articoli che dovrebbero finalmente far felice la massaia. Ma ormai la “festa” non c’è più! Sant’Oronzo è una variabile indipendente, figurarsi la storia della sua santità. Come dire: Passata la festa… gabbato lo santo!  

Mario Signore

Docente universitario

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