Tutti insieme per il Sud… Tanta voglia di unità
Rapporto Svimez 2015/La drammatica fotografia del Mezzogiorno obbliga il mondo e le forze sociali a guardare agli squilibri interni come a un danno ingente a carico dell’intero Paese.
UNA FORTE AZIONE PER SCONFIGGERE LA CORRUZIONE
Se non ci fossero stati segnali di una ripresa sia pur timida dell’economia italiana, probabilmente l’annuale rapporto dello Svimez sul Mezzogiorno sarebbe passato inosservato, come accaduto in passato, con soltanto pochi commenti di rassegnata impotenza. Invece, i migliorati indici su reddito e produzione hanno alimentato discussioni, proposte e richieste per superare finalmente la secolare emarginazione del Sud. Una emarginazione – si badi bene – che non danneggia lo sviluppo ed il progresso del Mezzogiorno, ma dell’intero Paese: infatti, come aveva ammonito sin dalla fine dell’Ottocento Giustino Fortunato, la questione meridionale è questione che interessa tutta l’Italia. In attesa di conoscere il nuovo piano prontamente annunziato dal presidente Renzi, inseritosi subito nelle polemiche suscitate dal rapporto dello Svimez, può essere utile ricordare il lungo cammino sin’ora compiuto fatto di successi, ma anche di errori e chiedersi cosa dovrebbero fare le Regioni e gli operatori economici del Sud per utilizzare al meglio la nuova opportunità che sta per aprirsi. Il ricordo non può che partire dalla visita compiuta nel 1947, a Matera, da Alcide de Gasperi, invitato da Emilio Colombo per rendersi personalmente conto delle condizioni in cui si trovano le popolazioni lucane, condizioni non dissimili, per altro, da quelle di molte zone del Mezzogiorno. Dinanzi all’inumana miseria in cui vivevano uomini, donne, bambini ed animali nelle grotte, oggi divenute attrazione turistica, il Presidente trentino non riuscì a parlare, pianse. Da quelle lacrime nacque la Cassa per il Mezzogiorno che operò in tre fasi: dal 1950 al 1959 per la costruzione di infrastrutture praticamente allora inesistenti, dal 1959 al 1970 per la creazione di grandi industrie di base e dal 1970 al 1984, anno della soppressione della Cassa, per la diffusione di industrie diversificate. Durante gli anni in cui operò l’intervento straordinario furono realizzate cose importanti, ma furono commessi errori ai quali oggi bisognerebbe guardare per non ripeterli. Il nuovo piano annunziato da Renzi non deve, infatti, essere il risultato di improvvisazioni e di demagogie, ma il frutto di un’attenta riflessione su come possano essere superati gli squilibri territoriali. Ci sono esempi in tutto il mondo su cui concentrarsi prima di avanzare nuove proposte. Per me, è positivo che Renzi, dopo averlo annunziato, non parli più del suo piano per il Mezzogiorno prima che i tecnici e gli economisti abbiano concluso le loro valutazioni. In attesa, dunque, di conoscere la proposta, è utile chiedersi cosa le Regioni e gli imprenditori meridionali dovrebbero fare per assecondare e favorire il nuovo corso. Nelle scelte da compiere, bisognerebbe ispirare qualunque azione a due valori imprescindibili: l’unità e l’essenzialità.
Dobbiamo superare il localismo, che ha disperso in passato energie e mezzi a favore di un improduttivo campanilismo e dobbiamo ripudiare il pressapochismo che ha portato alla costituzione di dispendiose ed inutili “cattedrali nel deserto”. Dovremmo, invece, perseguire realizzazioni idonee a mettere in movimento una realtà potenzialmente ricchissima, ma anchilosata da lungo torpore, puntando non a piccoli ed immediati vantaggi a pioggia, ma a cambiamenti sostanziali che interessino vasti territori. Dovremmo, inoltre, cogliere l’opportunità offerta dal rinnovato intervento pubblico per sconfiggere e debellare ogni tipo di corruzione, sicché il nuovo piano coincida con un’effettiva moralizzazione liberando il Mezzogiorno dell’odioso, ma ricorrente, abbinamento con la criminalità e la corruzione. Unità nell’avanzare le proposte ed essenzialità nello scegliere le opzioni più opportune significano individuare le opere assolutamente necessarie che vanno, tra l’altro, dal consolidamento del territorio, compromesso da devastanti e scellerate iniziative, al superamento dell’emarginazione con ragionate scelte che favoriscono la centralizzazione del Sud attraverso un sistema portuale aperto ai traffici tra Oriente ed Occidente e un’efficiente rete ferroviaria, che privilegi il trasporto su strada ferrata al trasporto su strada. La richiesta di unità ed essenzialità riguarda anche gli operatori economici la cui collaborazione, per il raggiungimento degli obiettivi nel piano che verrà proposto da Renzi, è decisiva. Occorre, in primo luogo, che superino visioni e comportamenti incompatibili con il sistema economico globalizzato. Faccio due esempi. Il primo: in Spagna ci sono solo tre spedizionieri per far giungere in tutto il mondo gli agrumi; da noi, nella sola Sicilia, ce ne sono più di settecento. Il secondo: è fuori discussione l’ottima qualità dei prodotti della nostra agricoltura, ma la polverizzazione delle imprese rende estremamente difficoltoso, per non dire imponibile, inserirsi e reggere la concorrenza in un sistema commerciale caratterizzato dalla globalizzazione. Bisogna, come ha ammonito recentemente il presidente Mattarella, “fare sistema” e “giocare in squadra”.
Giorgio De Giuseppe

















