Un Ministero Luminoso… 50 anni e non sentirli
ARS CELEBRANDI…
BELLEZZA E PREGHIERA
La Costituzione sulla Sacra Liturgia del Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, ricorda che: “La liturgia è il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutto il suo vigore” (SC 10). Questa espressione conciliare ben descrive un aspetto importante del ministero del nostro Arcivescovo. Infatti, nell’ars celebrandi, Egli non solo si sforza di entrare in personale contatto con il mistero che celebra, ma, a giusta ragione, desidera che tutta la comunità ecclesiale possa celebrare il mistero di Cristo con quella nobile semplicità, che sia in grado di far trasparire la vitalità della Chiesa, la quale trae nutrimento dal rapporto con il suo Signore. Nella liturgia, si compiono le parole della regola benedettina Ergo nihil Operi Dei praeponatur (43, 3: “Quindi non si anteponga nulla all’Opera di Dio”), in quanto la Liturgia è la ripresentazione nell’oggi della Pasqua del Signore, anzi è la presenza del Signore ed è la contemporaneità della salvezza in ogni tempo della storia e la Chiesa vive di questa contemporaneità. “La liturgia è in se stessa il più grande atto di adorazione della Chiesa” (Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis). Tutto, nella Liturgia, deve tendere all’adorazione di Dio che si manifesta al suo popolo. Così come nell’economia salvifica è il Signore che prende l’iniziativa e dialoga con il suo popolo, analogamente, nella liturgia della Chiesa è il Signore la “fonte” e il “culmine”. Pertanto, se è vero che nessuno può manipolare la ricchezza della Rivelazione, allo stesso modo, nessuno può manipolare la Liturgia.
Questo è il motivo per cui tante volte il nostro Arcivescovo, rammentandoci la necessità del rispetto delle norme liturgiche, ci ha ricordato che la liturgia non è nostra, non è nella nostra disponibilità e non soggiace alla nostra arbitrarietà; come tale, vale a dire come dono, dobbiamo avvicinarla, amarla e viverla. La Liturgia non vive di trovate di qualche singolo, ma è, al contrario, il venire di Dio, il farsi trovare di Dio nel nostro mondo. Quanto più sacerdoti e fedeli si affideranno umilmente a questo Suo farsi trovare, tanto più nuova diverrà la liturgia e tanto più essa sarà vera e personale. La liturgia diverrà sempre più personale e bella se non verrà intrisa da banali invenzioni di parole o giochini, ma avrà il coraggio di mettersi in cammino verso Dio, che, per mezzo del rito, ci precede sempre e di cui noi non possiamo mai impossessarci del tutto (cfr. Ratzinger, Introduzione allo spirito della Liturgia, pp. 164-165). Non solo come cristiano, ma soprattutto come sacerdote, mi sento in dovere di ringraziare il nostro Arcivescovo per l’amore che trasmette per la liturgia e per saper farci gustare nel canto, nella lode e nella predicazione la bellezza del volto di un Dio che si rivela nella semplicità del rito e nell’adorante raccoglimento interiore: “Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti, fino al monte di Dio, l’Oreb” (1Re 19,8).
Mauro Carlino
















