Pubblicato in: Gio, Apr 10th, 2014

Un Salentino nella Cappella Sistina

Matteo da Lecce/La contesa sul corpo di Mosè è l’affresco realizzato dal pittore salentino.

Per chi varca l’ingres­so della Cappella Sistina dalla Sala Regia vasariana lo spettacolo è talmen­te stupefacente e mirabile che non si ha il tempo di medi­tare, tanto si è travolti dalla corpulenta e potente cromia michelangiolesca. Solo ad una più meditata analisi è attribuito il compito di dissociare le va­rie scene per poterne apprez­zare le qualità intrinseche e poi ricomporle in una visione d’insieme. Spesso però si è so­praffatti e non ci si accorge che due affreschi sopra la nostra testa divergono dall’insieme. Sulla parete che fronteggia il “Giudizio” michelangiole­sco il ciclo dedicato alla Vita di Mosè si concludeva con l’affresco di Luca Signorelli, La contesa sul corpo di Mosè affiancato dalla Resurrezio­ne di Cristo, realizzato dal Ghirlandaio, che terminava la Vita del Messia. Purtroppo gli affreschi originali del ‘400 rovinarono alla metà del XVI secolo con il crollo dell’archi­trave, durante il pontificato di Gregorio XIII, e furono sostituiti con analoghi soggetti da due pittori manieristi.

La Resurrezione fu realizzata dal pittore Van den Broeck, detto Arrigo Palidano, mentre La contesa sul corpo di Mosè fu affrescata da Matteo Perez d’Aleccio, meglio conosciuto come Matteo da Lecce. Nato ad Alezio nel 1547, il pittore salentino presto si trasferisce a Roma attratto dalla fervente confluenza artistica dell’Urbe e dalla imponente figura di Michelangelo Buonarroti la cui fama ormai lo precedeva in tutta la penisola. L’incon­tro con il grande toscano fu talmente intenso da procurargli la commissione, nel 1574, di ri­dipingere la parete della Sistina crollata. L’affresco, sebbene esemplato sull’originale di Signorelli, presenta le caratteristiche peculiari del manierismo controriformato di ascendenza michelangiolesca. La com­posizione si organizza per simmetrie compositive e per una narrazione didascalica utile alla narrazione di una vicenda la cui iconografia è piuttosto rara. Citato nel Libro di Giuda (1,6), l’episodio si riferisce alla lotta tra Michele Arcangelo, il bene, e Satana, il male, per il possesso del corpo e dell’ani­ma di Mosè, con un’allusione evidente all’Arcangelo come difensore e guida delle anime dei defunti.

testamento di mose

Dai tipi michelan­gioleschi deriva il galleggia­mento a mezz’aria della figura dell’Arcangelo abbigliato con la tradizionale lorica, debitore, insieme alle figure demoniache, della invenzione geniale del Giudizio in cui campeggiano figure fluttuanti nell’azzurro lapislazzulo. Gli scorci sono arditi e la gam­ma cromatica stridente è una cifra stilistica riconoscibile nel cangiantismo della volta. In seguito a questa partecipazione, molte furono le commissioni che Matteo da Lecce ricevette a Roma e nei dintorni durante i pontificati di Pio V e Gregorio XIII. Entrato a far parte della prestigiosa Accademia di San Luca, riservata agli artisti, realizzò affreschi a Roma, l’altare maggiore nella raffa­ellesca chiesa di Sant’Eligio degli Orefici e un monumentale Salomone nell’Oratorio del Gonfalone, sia a Villa d’Este a Tivoli e nella Villa Frascati a Mondragone.

Nel 1576 lascia Roma e, durante una breve pausa a Napoli, incontra Pablo Moron il suo futuro assistente. A Malta dipingerà fra il 1575 e il 1581 tredici affreschi sul grande assedio di Malta, avvenuto nel maggio 1565 ad opera delle truppe turche di Solimano il Magnifico. Gli affreschi si trovano nella Sala di San Mi­chele e San Giorgio, conosciuta anche come Sala del Trono, nel Palazzo del Gran Maestro a La Valletta. Assieme agli affreschi, Matteo dipinse a olio su tela le stesse scene, quattro di queste tele vennero ritrovate nella Cube Room della Queen’s House di Greenwich; ma anche la grande tela del Battesimo di Cristo per l’abside della Chiesa Conventuale di san Giovanni Battista a La Valletta, e la pala d’altare con la raffigurazione del Naufragio di san Paolo a Malta nell’omonima chiesa sempre a La Valletta. Attorno al 1580 Matteo Perez si sposta a Siviglia dove di­pinge un San Cristoforo per la cattedrale e, dal 1589 a Lima in Perù, dove morirà nel 1616.

Maria Agostinacchio

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