Una processione insolita a conclusione del Conflitto Mondiale/La Gratitudine di Mons. Costa per la Salvezza
Dopo il Secondo Conflitto Mondiale non si sperava altro se non un rapido e notevole progresso che risollevasse l’umanità dalla indegna condizione cui le dittature e la guerra l’avevano schiacciata: un progresso dell’essere, non dell’avere. Bisognava tornare ad essere persone, popoli più significativi. Così, il 20 Maggio 1945 al termine di una insolita primaverile processione in onore di S. Oronzo che aveva salvatola Città, come altre volte nei secoli precedenti, il Vescovo Mons. Costa pronunciò dalla loggia centrale del seminario un discorso quasi programmatico.
La fede cristiana non può essere tra le cose che si hanno, perché queste sono morte, inanimate, mentre la fede è viva, è vita. Ci fa essere uomini veri, grandi, moderni. Questa fede aveva mantenuto vivo il Salento durante la guerra, ora dava ai leccesi una ragione buona e forte per andare fiduciosamente avanti. Il venerato Presule, ardito cultore della cultura umanistica, incitò la sua gente a rigiocare tutta la propria esistenza proprio su questa fede, unico vero elemento qualificante la vita dell’uomo creato. A dispetto dei 67 anni trascorsi, il discorso nasconde una profetica modernità. Ne riproponiamo i passaggi più significativi.
Nell’immediato, tragico periodo post bellico, il Pastore con coraggio ripropone quale centro del vissuto sociale proprio la forza della fede cristiana. Oggi forse la nostra crisi non ha uguali dimensioni globali? E non si caratterizza similmente come crisi economica ed etica? Come allora si chiede ai cristiani di essere più significativi, più incisivi. “Difenderemo… professeremo la fede, che sola ci illumina la via dei destini immortali, ci ricorda che l’uomo non è semplicemente un aggregato di molecole, ma ha uno spirito che vive di verità, giustizia, amore ed è inquieto finchè non riposa in Dio”. Sembra di ascoltare l’appello a noi più vicino di Benedetto XVI ad “impegnare la vita per ciò che vale e permane, per ciò che è realmente affidabile, necessario, ultimo” (Discorso alla Cei, 2012), poichè “Dio èla Realtàpiù reale che ci sia, unico punto fermo in mezzo agli sconvolgimenti del mondo” (Visita a Serra S. Bruno, 2011).
Poi il Presule incalza: “Vivremo la fede, togliendo il contrasto tra il Credo e il tenore della nostra vita; vogliamo essere cattolici, in casa e fuori casa, in privato e in pubblico, alla luce del sole, cattolici tutti d’un pezzo”. Ecco l’eminente carattere pubblico della nostra fede richiamato insistentemente dal Pontefice: “Il cristiano non può mai pensare che credere sia un fatto privato. La fede, proprio perché atto della libertà, esige la responsabilità sociale di ciò che si crede” (La porta della fede, 2011).
Infine, si tratta di una fede vissuta nella comunione dei santi, dei nostri patroni. Non ci sfugga: i martiri sono i veri cristiani! Occorre riformulare in questa prospettiva l’essere e l’agire della fede, “cattolici tutti d’un pezzo”. Appunto, martiri: aut effectu aut affectu. O di fatto, o col cuore.
Vincenzo Martella















