Una proposta di fede differenziata e specifica
Evangelizzare i disabili/Questione di linguaggio e di rispetto.
La catechesi ai disabili è un Settore dell’Ufficio Catechistico Nazionale. Considerata la particolarità e l’audacia della missione che si prefigge di compiere, essa è stata per molto tempo approfondita dai più appassionati, mentre nelle chiese locali si è tentato, e si tenta tuttora, di tergiversare. Tuttavia, proprio negli ultimi anni si assiste ad un deciso decollo nell’interessamento e nell’organizzazione di questa forma di catechesi che è opportuno sia conosciuta anche nella nostra Diocesi. Per questo per qualche tempo il lettore troverà ogni settimana un articolo che dia la possibilità di metallizzare questo tema nelle comunità parrocchiali.
Innanzitutto, prima di parlare dei disabili, ci poniamo la questione del linguaggio: come parlarne? La terminologia è varia. Il Magistero si adegua spesso all’uso corrente; una ventina di anni fa ne parlava come di handicappati, poi di portatori di handicap; nella giornata giubilare del 3 dicembre 2000 il Beato Giovanni Paolo II si è rivolto agli oltre dodicimila presenti in piazza S. Pietro, chiamandoli persone disabili o portatori di una abilità differente. Non è questione di eufemismi più o meno eleganti, ma di rispetto e discrezione. L’ottica entro cui si muove la riflessione pastorale-catechetica fa riferimento a tipologie di handicap che possono ritrovarsi nelle seguenti aree, e per le quali si deve ipotizzare una proposta di fede differenziata e specifica: fisica, psichica, sensoriale.
L’art. 3 della legge quadro n. 104 del 5 febbraio 1992 del Parlamento italiano definisce la persona handicappata come “chi presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione”.
Secondo l’Istat già nel 2002 in Italia il numero complessivo si aggira attorno ai 2milioni e 800mila, pari al 5% della popolazione di 6 anni e più; circa una persona con disabilità partecipa alla vita religiosa recandosi in un luogo di culto almeno una volta a settimana, mentre ciò accade per un non disabile su 3. Non si può più ignorare o lasciare all’improvvisazione e alla generosità di alcuni (pochi), perciò, la presenza di questi fratelli e sorelle amati dal Signore, che rappresentano una presenza innegabile nelle comunità parrocchiali e costituiscono per esse una vera e propria ricchezza.
Carlo Calvaruso
















