Una settimana al Must/Giorgio De Chirico a Lecce
Fino a domenica 18 maggio si può ammirare il “Ritratto di donna”.
Con uno sguardo intenso ed accattivante che segue lo spettatore in un muto colloquio, il “Ritratto di donna” di Giorgio De Chirico ci accoglie per una settimana al Must di Lecce fino a domenica 18 maggio. L’esposizione contribuisce ad arricchire il mese dell’Eutopia di Lecce 2019 ed è il risultato della proficua collaborazione con Tiziano Giurin titolare della galleria Art &Co – ArtevitA gallerie che ha permesso l’esposizione del prezioso dipinto del celebre artista, già ammirato negli spazi della galleria insieme ad altri noti artisti italiani.
Il “Ritratto di donna”, di cui non si conosce il nome della protagonista, è realizzato intorno al 1940 e fu esposto alla Biennale di Venezia dove suscitò molte polemiche per la tecnica pittorica, l’inquadratura ed il soggetto così reazionari rispetto all’andamento rivoluzionario ed anticonico dell’arte contemporanea. La Biennale fu dominata dalla presenza dell’aereopittura futurista a cui De Chirico si era opposto sin dagli esordi, rivendicando la sua formazione greca, sempre costante nella sua accezione tradizionale, e la passione per la pittura italiana. Forte fu l’opposizione di De Chirico all’astrazione futurista che ancorava la sua dimensione dinamica alle novità della moderna tecnologia azzerando, spesso più per polemica provocatoria che per reale convizione, tutta la storia figurativa passata. Ma anche il divisionismo milanese non fu apprezzato da De Chirico da sempre promotore di un mestiere pittorico che discendeva dalla illustre tradizione italiana rinascimentale e barocca. Dunque leit-motiv nel suo percorso pittorico furono la Grecia classica, la mitologia, le sculture antiche unite alla raffigurazione lineare, prospettica misurata e misurabile della mimesis. La celebrità del maestro è legata alla pittura Metafisica, teorizzata come scuola pittorica a Ferrara nel 1917, scaturita dall’incontro di De Chirico con Carlo Carrà e con il fratello Alberto Savinio.
Lontana dalle coeve correnti tendenti all’astratto, aveva in comune con il Dadaismo e con il Surrealismo un certo spaesamento dell’oggetto, senza tuttavia la valenza ironica ne’ compulsiva inconscia delle succitate avanguardie. È il momento legato ai più celebri dipinti dell’artista il cui catalogo accoglie titoli celebri, evocativi di una realtà altra nuova, oltre l’apparenza logica: una realtà appunto metafisica. Così la magia spaesante si riflette già nei titoli: Muse inquietanti, Enigma della torre, Enigma dell’ora, Tributo dell’oracolo, Incertezza del poeta; e si susseguono piazze deserte, treni senza fumo, portici disabitati, castelli e manichini, statue, oggetti e architetture realizzati con lenticolare precisione, risultanti con la rinnovata linea di contorno su assi di legno in cui immobili rappresentano un proscenio reale solo nella dimensione immaginaria dell’artista metafisico. Dopo il soggiorno parigino e la distanza presa dal movimento surrealista francese, De Chirico si allontana dalla pittura metafisica per ritornare al mestiere del pittore: un “ritorno all’ordine” dominato dai celebri cavalli, eroi che si muovono tra rocchi di colonne, archeologi, gladiatori.
Non è estraneo ancora il suo ascendente verso la classicità, lo studio dei sarcofagi e del fermo-immagine derivato da Piero della Francesca. Dopo le esperienze in Germania, a New York e al grande amore fascinoso per la Roma negli anni del fascismo, De Chirico studia con passione la pittura del Seicento, dando inizio alla “fase barocca”. Questo è il momento in cui, dopo aver osservato Velasquez al Louvre, l’artista cerca di ottenere una emulsione pittorica che renda brillante la stesura e il modellato “Primo passo verso la liberazione dalle catene della brutta e noiosa e crostosa pittura moderna”, come dirà lo stesso de Chirico. Il “Ritratto di donna” è collocabile proprio in questo periodo, insieme agli autoritratti in costume, alle scene barocche, ai cavalieri. Una posa di tre quarti inquadrata tra due sipari di morbida stoffa derivati da reminiscenze di natura veneta. E ancora la presenza di fiori allegorici, lilium recisi in vaso e un garofano tra le mani, tanto cari alla tradizione rinascimentale toscana insieme all’apertura verso il paesaggio dove domina un cavallo, quasi una firma dell’artista. E ancora l’acconciatura morbida che incornicia il volto della bella dama vivacizzato da un nastro rosso, la preziosa consistenza serica dell’abito di foggia tradizionale che catalizza di grigio argenteo la luce al centro della composizione bilanciata cromaticamente dall’albero sullo sfondo: tutto questo ci parla dell’antico mestiere del pittore. Non compreso perfettamente dalla critica coeva, De Chirico chiuse la sua lunga stagione pittorica con un ritorno citazionista alla propria produzione mescolando le sue fasi attentamente senza stagnare nella paventata mediocrità.
Maria Agostinacchio

















