Vespasiano Genuino e l’arte antica del Crocifisso ligneo
Dopo un attento restauro l’opera, un tempo pala d’altare in S. Francesco della Scarpa, al museo “S. Castromediano”.
Al centro della sala che lo ospita, il Crocifisso di Vespasiano Genuino calamita l’attenzione del visitatore e prorompe nella sua plasticità mutila, con la drammatica e dolente tensione che lo fa immediatamente annoverare tra uno dei capolavori della scultura del ‘600. Entrato nella collezione permanente del Museo Provinciale “Sigismondo Castromediano” di Lecce, il Crocifisso è stato restituito al pubblico dopo un attento e accurato restauro curato da Nicola Ancona, Anna Fedele e Mariana Cerfeda con la direzione di Antonella Di Marzo, della Soprintendenza Bsae Puglia. A corredo del capolavoro esposto, Raffaele Casciaro ha curato il volume, finanziato dall’Associazione Culturale Sala delle Asse, che contiene i preziosi contributi scientifici di Mariachiara De Santis, Raffaele Casciaro e Brizia Minerva, impreziosito dalle schede di restauro redatte dai tecnici del laboratorio di restauro del museo provinciale.
In origine il Crocifisso era la pala d’altare della cappella Minioti nella chiesa di San Francesco della Scarpa e fu descritto come Cristo “spirante di legno sopra modo devoto” da Giulio Cesare Infantino nella sua “Lecce Sacra” del 1634. La vicenda della rovina della chiesa di San Francesco della Scarpa si intreccia con la storia del Crocifisso, mutilato negli arti superiori per il crollo del soffitto nel 1955. In questa occasione la scultura fu recuperato dalle macerie da Alfredo Calabrese e rimase a Campi Salentina fino al 2007 quando fu sequestrata dalla Guardia di Finanza e trasportata al Museo Provinciale di Lecce. Vespasiano Genuino, originario di Gallipoli ma di formazione culturale napoletana, fu molto apprezzato dai suoi contemporanei e ricoprì prestigiosi incarichi pubblici che garantirono una vita agiata a lui e alla sua famiglia.
Molto probabilmente fece parte come terziario, dell’ordine francescano di cui vesti l’abito nella sepoltura. Una cinquantina le opere attribuite a lui o alla sua fiorente bottega con committenze che si estendevano dal Salento più estremo alle porte di Bari, a Manduria, Nardò, Gallipoli, Gagliano. Una trentina sono i Crocifissi, uniformati per due tipologie, il che fa pensare quasi ad un monopolio di copyright seriale della sua opera, sempre di altissima qualità. Il primo Crocifisso databile intorno ai primi anni del ‘600 è quello di Campi Salentina e ipoteticamente entro il 1610 è ascrivibile l’esemplare del Castromediano per contiguità stilistica tra le due opere. La differenza nella posizione della testa, reclinata nella struttura campese e “spirante” in quella in oggetto, da impulso ad una diversa tensione muscolare resa tuttavia con la stessa morbidezza volumetrica scevra da grafismi e asperità compositive, piuttosto veicolata in una tattile austerità epidermica.
Il patetismo sottolineato ed accentuato nel volto transeunte è estremamente espressivo ed ha una chiara conferma nei prototipi spagnoli che sicuramente il maestro conosceva e nella pratica tutta francescana dell’adorazione del Crocifisso. Nonostante lo stato precario a cui il restauro ha posto parziale rimedio, è esplicita e potente la forza plastica e corposa del modellato del Genuino con la sotterranea tensione di tutto il corpo, dal divaricamento delle dita dei piedi fino all’inguine scalpellato, privo dell’efod ebraico, per organizzarsi in eleganze formali non corrive nella sinuosità della visione d’insieme. La composizione ha un’ascendenza di matrice michelangiolesca, diffusa soprattutto a Napoli da Marco Pino e dalla divulgazione delle stampe di autori come Paolo Giovio. Essenziale sarà poi l’innestarsi di questa tradizione controtriformata su un naturalismo di spiccata ascendenza caravaggesca, come si rilegge nella tipologia del Cristo alla colonna dello stesso Genuino.
Al Museo Castromediano il Crocifisso, installato su un supporto di cristallo che ne permette la totale fruibilità, è affiancato al Crocifisso, della chiesa parrocchiale di San Nicola Magno a Salve. Anche quest’opera si presenta in tutta la sua bellezza, restituita dopo un restauro che ha privato il legno originario da sgradevoli ridipinture che impedivano la godibilità delle forme asciutte e delicate del modellato genuinesco. Probabilmente destinato alle processioni, date le dimensioni ridotte, l’esemplare di Salve conferma la straordinaria valenza qualitativa di Vespasiano Genuino, meritatamente riconosciuto tra i più straordinari scultori del ‘600 in Puglia.



















