Viaggio nel Pianeta delle Adozioni/Adottare un bimbo: scelta oblativa e altruistica
A colloquio con la dott.ssa Maria Rita Verardo, già Presidente del Tribunale per i Minori di Lecce.
“I TEMPI SONO LUNGHI PERCHÉ I BAM BAMBINI SONO POCHI RISPETTO ALLE RICHIESTE”.
“Oggi le coppie sono motivate dall’apertura all’accoglienza di bambini abbandonati” .
ALLE COPPIE OMOSESSUALI/“Le esperienze esistenti segnalano che il rischio di patologie e di arresto nello sviluppo è stato già verificato in quei paesi in cui è consentita. L’identità di genere, infatti, si struttura nel bambino vivendo in una famiglia eterosessuale”.
Continua il nostro viaggio nel mondo delle adozioni. Dopo aver affrontato, la settimana scorsa, l’argomento delle adozioni internazionali, approfondiremo il delicato discorso dell’adozione di minori italiani. A far chiarezza sull’argomento sarà, ancora una volta, la dott.ssa Maria Rita Verardo, Giudice minorile già presidente del Tribunale per i Minorenni di Lecce e dell’Associazione Italiana dei Magistrati per i Minori e per la Famiglia (A.I.M.M.F.).
Nell’opinione pubblica è molto diffusa l’idea secondo cui la scelta di adottare un bambino è quasi esclusivamente scaturita dalla scoperta di sterilità biologica. In base alla sua esperienza, quali sono le motivazioni che indirizzano una coppia verso l’adozione? E soprattutto, l’impossibilità di concepire potrebbe, da sola, essere sufficiente per riconoscere alla coppia l’idoneità all’adozione?
La motivazione all’adozione, pur prevalentemente fondata sulla sterilità della coppia, dovrebbe comunque essere arricchita da una componente oblativa ed altruistica. Tuttavia, il desiderio di dare e ricevere affetto in una coppia che vuole adottare è sempre presente; l’importante è che non prevalga la componente egoistica come quella di quanti sono alla ricerca di compagnia per gli anni della vecchiaia o di aiuto per i momenti difficili, come acca deva un tempo. Oggi, fortunatamente, le coppie sono motivate dall’apertura all’accoglienza di bambini in stato di bisogno, da ragioni di solidarietà, all’insegna di un reciproco scambio affettivo.
Vi sono, comunque, ancora molte coppie non adeguatamente preparate all’adozione: per queste sarebbe sufficiente garantire da parte degli enti locali un percorso di informazione e di formazione psico-pedagogica mirata all’adozione. Il giudice minorile deve riservarsi sempre la competenza – proprio per la specializzazione che lo caratterizza – di dichiarare l’inidoneità della coppia, sia per l’adozione dei bambini italiani che per quella dei bambini stranieri allorché vi è la prova che i coniugi non sono in grado di garantir loro protezione e tutela.
Sulla base di quali criteri, il Giudice decide di affidare un minore ad una famiglia piuttosto che ad un’altra?
Una volta che il minore è dichiarato adottabile interviene la cosiddetta ‘fase dell’abbinamento’ tra il minore che ha bisogno di una famiglia sostitutiva di quella naturale che non c’è o che non è adeguata e la coppia che intende adottare. Ovviamente, questa scelta avviene tra quelle coppie che, dopo aver presentato domanda presso il Tribunale per i Minorenni competente, sono state valutate dai servizi sociali territoriali e dal tribunale stesso.
In questo modo, l’adozione non avviene in modo burocratico o astratto, ma si sceglie la famiglia più idonea al mino re e alla sua specifica situazione. Ad esempio, nel caso di un neonato abbandonato bisognerà – a parità di meriti – dare priorità alla coppia più giovane in modo da garantire all’adottato una proiezione di rapporto genitoriale più solido, più lungo nel tempo.
Per questi motivi bisognerà valutare anche l’interazione del rapporto di coppia, il contesto socio-ambientale in cui è inserita la stessa. Per quanto riguarda la prassi vigente presso il Tribunale per i minorenni di Lecce, la valutazione della coppia al momento dell’abbinamento è sempre guidata da un giudice professionale con l’ausilio di un giudice onorario e successivamente decisa da tutto il tribunale in sede collegiale proprio per cercare di tutelare al massimo quello che la legge indica come ‘il preminente interesse del minore’.
Nel caso in cui il minore adottato dovesse richiedere di conoscere la propria famiglia d’origine, come ci si comporta?
In tal caso è da considerare a quale età il minore è stato inserito nella famiglia adottiva e quali sono le motivazioni che lo spingono a volere questo contatto. Se il minore è stato dichiarato in stato di adottabilità, vuol dire che i rapporti con la sua famiglia d’origine sono stati interrotti; comunque, se il minore richiede un contatto è evidentemente che esiste ancora un vincolo affettivo da tutelare. Ad ogni modo, ritengo che la famiglia adottiva non debba bloccare queste istanze ma deve piuttosto capire se e come è possibile soddisfarle.
A questo proposito, l’art. 28 della legge sull’adozione prevede che dopo il compimento dei venticinque anni, il ragazzo adottato che non conosce le sue origini, possa conoscerle. Non c’è alcun segreto, invece, per gli adottivi che vengono dichiarati tali quando già sono in grado di ricordare persone e particolari della propria storia; per legge, infatti, quando il minore ha già una capacità di discernimento – anche se ha meno di 12 anni di età – ha il diritto di essere sentito prima di essere dichiarato adottabile. Più si ascolta, più si studia la volontà del mi nore, le sue esigenze e i suoi desideri, più l’adozione rappresenta una risposta al suo diritto-bisogno di famiglia.
Come per le adozioni internazionali, un altro mito da sfatare riguarda i lunghi tempi d’attesa di cui tanto si parla all’interno dei blog e dei siti internet specializzati sull’argomento. Tutto questo è riconducibile ad un rallentamento delle pratiche burocratiche?
Assolutamente no. I tempi sono lunghi perché i bambini da adottare sono pochi in confronto alle richieste di adozione, infatti, il rapporto tra i precarie nore
minori dichiarati adottabili e le coppie che hanno esposto volontà di adottare è all’incirca di 1 a 30. Per quanto concerne le adozioni internazionali, possiamo sicuramente affermare che, fino a qualche anno fa, il percorso era più veloce solo perché gli Stati esteri in condizione di indigenza, di precarietà, lasciavano espatriare i minori con molta più facilità. Oggi, però, la situazione è cambiata: prima di aprirsi all’adozione da parte dei paesi stranieri, ci si accerta che nel paese d’origine non ci siano coppie disposte ad adottare.
È importante sottolineare, però, che non è vero che ci sono tanti bambini italiani che attendono di essere adottati nelle comunità o negli istituti, sia perché gli istituti non esistono più in quando sono stati aboliti dalla legge, sia perché i ragazzi effettivamente presenti nella comunità o sono grandicelli e hanno un qualche rapporto con la famiglia d’origine pur in condizioni di precarie tà, oppure sono bambini con problemi di salute (anche gravi) che spesso nessuno vuole. È questo un segno dei tempi che viviamo: fino a pochi anni fa le famiglie aspiranti all’adozione erano disposte ad adottare anche bambini problematici gravi da un po’ di anni a questa parte nei confronti del bambino problematico le famiglie sono più chiuse.
















