Viaggio nel Pianeta delle Adozioni/Tra desiderio di genitorialità e tortuosità delle pratiche
L’OPINIONE/LA SCELTA DI PARTE DELLE FAMIGLIE
DIFFICOLTOSA ED ESALTANTE
L’esperienza dell’adozione è esaltante e difficoltosa ad un tempo. Da un lato ci sono i vissuti gratificanti che si provano quando finalmente la procedura giunge a buon termine.
Ma dall’altro c’è anche la sofferenza per uno stato di vita che molto spesso viene vissuto come una ferita all’identità, come una mancanza, come una punizione che la vita ha inferto alla persona.
Questa situazione non è, comunque, la regola. È quello che, dell’adozione, vivono spesso (anche se non necessariamente è così) i coniugi che decidono di intraprendere il percorso perché, per qualche ragione, non possono avere dei figli.
In questo caso, dietro la scelta di adottare, si può celare un bisogno più radicale, che può assumere le forme più disparate: l’esigenza di “riappropriarsi” di qualcosa che sembra che la vita abbia tolto ingiustamente (la gioia di una maternità o una paternità “naturali”); il desiderio di legittimarsi come “famiglia”, quasi che la coniugalità, da sola, non riesca a costituirla, senza la genitorialità; ma anche la necessità di corrispondere agli standard sociali, che spesso intendono la coppia come una “famiglia dimezzata” o “incompiuta” se non si arricchisce del connotato del figlio, o anche “dei figli”.
Sicuramente, anche tra coloro che adottano perché non possono avere figli si possono ritrovare motivazioni più svincolate dalla condizione esistenziale e più legate ad una scelta che muove dal desiderio (meno autoreferenziale e più altruistico) di mettere se stessi al servizio di chi ha bisogno. In ogni caso, al di là della molteplice configurazione dei casi possibili, appare plausibile, nell’ambito dell’adozione, operare una riflessione più approfondita sui problemi e sulle motivazioni di coloro che scelgono questa strada perché non possono avere figli.
Chiaramente, la riflessione è da condurre non soltanto sul piano del discorso psicologico, sociologico o educativo, ma anche sul piano dell’impianto normativo e istituzionale posto a supporto di tali pratiche. È possibile che, anche a livello normativo, si pensi ad un percorso di adozione regolato da dispositivi legislativi diversi, per coloro che adottano avendo già dei figli e coloro che, invece, lo fanno perché non è possibile accedere alla genitorialità per via naturale?
Oppure, assumere una prospettiva di questo tipo, significherebbe introdurre, a livello legislativo, una discriminazione e un etichettamento, utili soltanto a potenziare l’eventuale disagio che già potrebbe provare il soggetto che si trova a non poter avere un figlio per via naturale?
In un contesto sociale che va facendosi sempre più complesso, stimolare i responsabili politici e sociali, ma anche la gente comune, a riflettere su questioni di questo tipo potrebbe essere importante. Sicuramente, su questi temi, non si possono avere soluzioni precostituite; esse possono venire soltanto da un dibattito sereno e approfondito tra soggetti istituzionali che sono portatori di istanze diverse e di prospettive di analisi differenti. Anche soltanto per capire se problemi come quello qui prospettato rappresentano dubbi inutili e capziosi, oppure se nascondono esigenze che meritano ascolto, accoglimento e approfondimento.
Marco Piccinno















