Viaggio tra le Professioni/Vita da…Avvocato di Provincia
Una fase di profonda depressione e un preoccupante impoverimento: la riforma del dicembre 2012 rappresenta, però, una speranza.
LA LEGGE 247/2012
TIROCINANTI: LE SPESE DOPO I PRIMI SEI MESI
La riforma all’art.9 afferma che “al tirocinante è riconosciuto un rimborso spese forfettariamente concordato dopo i primi 6 mesi di tirocinio”. L’art.41, invece, stabilisce che “negli studi legali privati, al praticante avvocato è sempre dovuto il rimborso delle spese sostenuto per conto dello studio presso il quale svolge il tirocinio”.
LA QUESTIONE DEI NUMERI
UN PROBLEMA NAZIONALE DI DIFFICILE SOLUZIONE
Una professione, quella dell’avvocato, che sembra vivere una fase di profonda depressione e un preoccupante impoverimento; una condizione di crisi dell’Avvocatura espressa a chiare lettere anche dall’avv. Raffaele Fatano, neo Presidente dell’Ordine degli Avvocati presso la Corte di Appello di Lecce, nella sua relazione dello scorso 3 giugno, nell’ambito della assemblea ordinaria annuale.
La riforma della professione forense, introdotta nel dicembre del 2012, per il Presidente Fatano è una “buona notizia”, non tanto perché è una buona legge ma perché “rappresenta una speranza”; il suo pensiero critico si esplicita ulteriormente nel ritenere che l’Avvocatura abbia avuto “grandi responsabilità per non aver saputo, per tempo, avviare un procedimento di modernizzazione con riguardo alla rappresentanza , alla organizzazione del lavoro, all’accesso e soprattutto, alle modalità di determinazione del compenso”.
Altra criticità per Fatano è “l’incapacità di gestire in modo corretto e lineare l’accesso alla professione” con conseguente crescita senza qualità degli Albi cui risulta difficile applicare una sistematica opera di revisione al fine di considerare tutti i casi di incompatibilità che generano condizioni di concorrenza sleale nei confronti di chi svolge la professione in modo continuativo ed esclusivo.
Una crisi di sistema generalizzata, connessa in buona parte anche a quella economica, che attanaglia pure altre professioni liberali ma che per il caso dell’Avvocatura lascia un segno ancor più marcato nell’immaginario collettivo, nella percezione di un ruolo da sempre riferimento della nostra organizzazione sociale, identitario della tradizione storica e culturale del Paese. Per meglio intendere il passaggio che ha riguardato la professione di avvocato è bene far riferimento al suo sviluppo, dalla fine della seconda guerra mondiale fino ai nostri giorni.
Negli anni ’40-’50, fino alla metà degli anni ’60, era una figura paternalistico – cavalleresca, la cui essenza si può cogliere nel celebrato film di Pietro Germi, Divorzio all’italiana (1961), sulla figura dell’avvocato difensore del protagonista omicida. Qui l’avvocato appare come un notabile socialmente accreditato, sostenuto da una certa cultura classica, adatto alla scena più che al tecnicismo giuridico. La sua base era lo studio “monocratico” dove lui, e lui solo, regnava sovrano; l’unica organizzazione che si addiceva al suo alto prestigio.
Già nella seconda metà degli anni ’60 questo modello entra in crisi: il tecnicismo giuridico e aridi concetti prevalgono via via sulle espressioni immaginifiche e la burocratizzazione dell’apparato giudiziario rende difficile un’evoluzione positiva. L’avvocato si sente escluso da quella “comunità dei giuristi” che era stata per molto tempo una garanzia della “parità” dell’avvocatura rispetto alla giurisdizione. Dalla prima inchiesta sociologica sugli avvocati italiani, condotta da Gian Paolo Prandstraller – avvocato, professore di Sociologia nelle Università di Padova, Lecce (nel 1976) e Bologna – risultò che circa un terzo degli intervistati avrebbe volentieri lasciato la toga in cambio d’un impiego di media remunerazione, che l’82% circa del campione si era espresso nel senso che la professione aveva perduto prestigio, che il rapporto coi giudici non era soddisfacente.
La professione era già distante dal modello di avvocato precedente, incerta su se stessa, sfasata rispetto ai tempi. Negli anni ’60 in Italia la cosiddetta società industriale poneva il bisogno di beni materiali e di comodità come perno della “società dei consumi”. Tutto ciò ebbe come riflesso quasi immediato un forte aumento delle cause e, in alcune regioni, la trasformazione dei clienti da individui a imprese.
Negli anni ’70 – nonostante condizioni politico-sociali molto travagliate – si ebbe un incremento del lavoro legale (civile e penale) legato anche alla vivace conflittualità, ciò attenuò la crisi dell’avvocatura che mantenne per un certo tempo un prestigio sociale e desiderabilità come carriera. Negli ultimi anni ’80 e nel decennio ’90 una nuova crisi: in America il modello di una nuova organizzazione degli studi sotto il profilo della cosiddetta law firm – grandi società di professionisti con sedi sfarzose, organizzazione allargata al territorio, uffici di segreteria specializzati ed efficienti, clientela formata da imprese di grande rilievo economico e perfino politico- non consentiva più agli avvocati di conservare integralmente il vecchio modello paternalistico-cavalleresco ; sorgevano quindi i problemi propri delle “organizzazioni professionali” e tali problemi rendevano superata la tipologia dello studio monocratico, si richiedevano pertanto cambiamenti nei rapporti tra colleghi, col giudice e ovviamente con il pubblico. Da noi questa problematica rimaneva pressoché ignorata.
Per cui la figura dell’avvocato restava legata ai vecchi schemi e inadatta a rispondere alle richieste dell’industria. L’impatto che ebbe sul mondo avanzato il cosiddetto “postindustriale” fu ignorato dall’avvocatura italiana e quindi anche il modo di esercitare e di organizzare la professione forense secondo nuove forme. Contemporaneamente ricadeva sull’esercizio professionale un’esigenza nel tempo sempre più impellente: quella di ottenere risultati rapidi ed “efficienti” attraverso l’azione professionale. Di fatto l’acquisizione dei risultati veniva rallentata e talvolta paralizzata – nell’attività forense – dall’inerzia e scarsa flessibilità dell’apparato giudiziario dal quale in ultima analisi dipendevano le decisioni sulle domande del pubblico. L’avvocato si trovava di fronte a una struttura incapace di emettere giudizi in tempo rapido e di fatto privato della possibilità di offrire al pubblico i risultati che questo voleva.
A questi fattori certo non favorevoli, s’aggiungeva un aumento abnorme del numero degli avvocati, per cui – come afferma Prandstaller – “la professione diventava negli ultimi decenni del XX secolo una sorta di parcheggio per individui aventi in origini altre aspirazioni (per esempio entrare in magistratura, fare il notaio, avere un posto nel sistema amministrativo pubblico, tentare la carriera universitaria, ecc.)” . La questione dell’eccessiva numerosità degli individui che aspiravano ad una carriera forense ha costituito per l’avvocatura italiana un handicap molto serio i cui riflessi sono stati sofferti dai numerosi avvocati che non riuscivano ad acquisire una clientela sufficiente ad aprire o tenere aperto uno studio. La crisi economica scoppiata nel 2008 ha inferto alla professione forense un ulteriore colpo molto pesante. Di fatto la professione di avvocato in Italia sta diventando, per fattori diretti e indiretti comunque connessi al sistema di amministrazione della Giustizia, un problema nazionale la cui soluzione si rivela ogni giorno più difficile.

















La crisi dell’avvocatura non è una crisi di numeri ma di qualità. Oggi più che mai si ha bisogno di utilizzare gli avvocati per prevenire problemi lavorativi, per risolverne di concretizzati ed i bisogni solo così numerosi e pressanti che anche un numero folle come quello degli avvocati italiani (283 mila) potrebbe non essere un problema. Ma il vero problema è che meno del 20% percento degli iscritti ha le reali competenze minime necessarie per ricoprire il ruolo. Questo significa che procedendo in giudizio il cliente non recupererà i danni che gli spettano, non recupererà i costi personali, non recupererà i danni accessori e tutto ciò avverrà con tempi infiniti che non sono da attribuire alla magistratura ma alla scarsa capacità e competenza degli avvocati. Se gli avvocati non avranno il coraggio di darsi regole ferree, di punire in modo puntuale i colleghi che sbagliano, se continueranno ad essere ciecamente corporativi a difesa di priviliegi ormai irrecuperabili, allora l’avvocatura sarà costretta a sparire. Oggi, dopo 5 anni di esperienze grottesche, come unica soluzione mi auspico che notai e avvocati spariscano come attività professionali per diventare parte integrante della magistratura, dopo di che mi auspico la divisione delle carriere.