Violenza in famiglia: il maltrattamento è un problema di relazioni/Donne e bambini, il tallone d’Achille
ELENA FONTANA: L’esperta, intervenuta nel penultimo dei worshop del Centro Risorse, spiega i dati e offre indicazioni.
“È difficile rompere il muro del segreto: hanno paura di denunciare qualcuno a loro vicino”.
Si è svolto giovedì 7 febbraio il penultimo dei workshop organizzati dal Centro risorse per la famiglia della Provincia di Lecce. A presiedere l’ultimo incontro, sulle violenze familiari, la specialista Elena Fontana, docente universitaria e assistente sociale, prima presso il centro milanese a tutela dei bambini maltrattati, e poi presso il centro di Torino.
È inoltre autrice di diversi articoli e pubblicazioni specialistiche su queste tematiche. Con la sua esperienza ci ha condotto per mano nel labirintico mondo di una società, come quella italiana, ancora culturalmente lontana dal coltivare sane relazioni interpersonali, soprattutto verso i bambini e le donne.
Nell’ultimo anno si è parlato spesso della violenza contro le donne, forse meno spesso di quella perpetrata in Italia ai danni dei bambini. Com’è la situazione nel nostro Paese?
Spesso la violenza contro le donne ha riscontri sui bambini, perché le donne sono anche mamme; anche la “violenza assistita” – il fatto che i bambini assistano ad episodi di violenza nelle mura domestiche – costituisce un maltrattamento psicologico grave. In Italia ci sono pochi dati perché manca un registro nazionale. C’è il Cismai, un coordinamento di tutti i centri italiani per il maltrattamento, che cerca di rilevare informazioni statistiche. Basti pensare che Italia, su 1000 bambini, 3-4 risultano essere maltrattati, ma tantissimi casi oggi sono ancora sommersi.
È sufficiente che un Paese sia moderno e sviluppato, perché dimostri una cultura del rispetto nei confronti delle categorie di individui più deboli?
Più si sviluppano modelli culturalmente ed economicamente avanzati, più si porta alla luce la difesa dei diritti di tutti, ma il maltrattamento è un problema di relazione tra persone, infatti i bambini che arrivano nei nostri centri appartengono a tutti i ceti sociali. Occorre modificare i modelli relazionali.
In quali luoghi i bambini subiscono di più violenze, intese in senso lato?
Il luogo più pericoloso è proprio quello in cui i bambini dovrebbero stare al sicuro e vedere riconosciuti i propri diritti, quindi la famiglia. Non solo la persona più problematica scarica sul bambino, ma entra in gioco anche l’interazione tra il familiare frustrato e un altro, magari meno frustrato, non in grado di contrastare la situazione. Se infatti il membro più debole della famiglia viene aiutato dal coniuge o dalla famiglia d’origine, si approda a risultati differenti.
Spesso balzano agli onori della cronaca casi e denunce di maltrattamenti anche nelle scuole, che dovrebbero essere luoghi protetti rispetto alle ostilità familiari…
Dobbiamo entrare nell’ottica che chi si occupa dei nostri figli possa avere anche gravi problemi, magari non emersi. Dobbiamo pensare l’impensabile, e non dare per scontato che nelle scuole non possano esserci persone problematiche.
Come riconoscere in un bambino i segnali di un’angheria nascosta e come aiutarlo?
Le persone che subiscono violenza non parla no, soprattutto i bambini. Ma vi sono dei sintomi del disagio, riscontrabili specialmente a scuola: ad esempio quando abbiamo a che fare con bambini tristi, depressi, che si isolano e sembrano talvolta staccarsi dalla realtà; o al contrario iperattivi e violenti. Poi bisogna cercare di parlare con loro e rompere il muro del segreto, ma hanno paura di denunciare qualcuno a loro vicino, soprattutto quando si tratta di genitori, attraverso cui passa anche l’affetto familiare.
















