Pubblicato in: Gio, Mar 12th, 2015

Welfare e Politica/Le Sfide dei Cattolici secondo Papa Francesco

A colloquio con Don Rocco D’Ambrosio, autore del volume “Non come Pilato”. Coedizione di “Cercarsi un fine” e la “Meridiana”.

VENEZIA GENTE A PASSEGGIO

Rileggere la Dottrina Sociale Cattolica alla luce del Magistero di Papa Francesco, signi­fica abituarsi ai verbi dell’esodo e dell’uscita e ai luoghi della peri­feria e delle povertà dell’uomo. Don Rocco D’Ambrosio, da anni “predica” la necessità che il cristiano impari ad essere anche cittadino cattolico, pro­tagonista della polis secondo i valori del Vangelo. Nel volume “Non come Pilato”, di recente pubblicazione, so­vrappone l’insegnamento della Chiesa nel post Concilio con le indicazioni del Santo Padre. 

EVANGELII_GAUDIUM

Don Rocco, secondo quali presuppo­sti teorici il rapporto tra cattolici e politica ha acquisito una nuova luce dal Magistero di Papa Francesco?

Papa Francesco va compreso nel solco del Vaticano II. Sin dai primi ge­sti e dalle prime parole, come Vescovo di Roma, ha testimoniato un profondo riferimento ai temi conciliari, anche senza citarli esplicitamente. Con l’o­riginalità della sua persona e della sua comunicazione, il Papa continua l’attuazione del Vaticano II. Per i temi che ci interessano va ricordato un importantissimo passo: “Il kèrygma possiede un contenuto ineludibilmente sociale: nel cuore stesso del Vangelo vi sono la vita comunitaria e l’impegno con gli altri. Il contenuto del primo annuncio ha un’immediata ripercus­sione morale il cui centro è la carità” (Evangelii Gaudium, n. 177). France­sco porta a maturazione il cammino conciliare: interessarsi di politica, di economia, di lavoro, in una parola di “mondo”, non è un optional, ma fa parte del cuore stesso dell’annuncio e della salvezza di Cristo.

Secondo la Dottrina Sociale della Chiesa la politica è la più alta for­ma di carità. Crede che nel panora­ma italiano l’impegno dei cattolici in tutti i livelli istituzionali della vita politica sia in qualche modo vissuto come autentica chiamata alla carità?

Con molta onestà devo dire che questo non succede spesso. Per due motivi: la carenza di formazione dei cattolici impegnati in politica e il loro conformarsi a logiche molto mondane, di denaro e potere prima di tutto. Altro che poveri e impegno per gli ultimi! E ciò continuerà ad avvenire fino a quando le Chiese locali non prenderanno sul serio la formazione sociale e politica dei credenti. Tuttavia non mancano ot­timi esempi, ma sono pochi. Ricor­diamoci che i vari Sturzo, Frassati, De Gasperi, La Pira, Moro non na­scono sotto i funghi ma in comunità attente e responsabili, protese a evan­gelizzare tutti gli ambienti umani, poli­tica compresa.

“Uscire da sé”o “andare alle perife­rie”, sono alcune espresioni fondamen­tali nel Pontificato di Papa Francesco. In che modo il contributo dei cattolici in politica può fare in modo che si generi una politica “in uscita” nel contesto del­la nuova evangelizzazione promossa anche dall’Evangelii Gaudium?

L’essere “in uscita” che chiede Francesco alla Chiesa significa evita­re di auto-contemplarsi e andare verso le periferie, verso gli ultimi. Questo va tradotto con nuove politiche sociali, con attenzione crescente verso il disa­gio e le tante forme di povertà (immi­grati, disoccupati, giovani non ancora occupati e così via). Non dimentichia­mo la lezione della Chiesa italiana nel post-concilio: evangelizzazione e pro­mozione umana sono due modi di esse­re del cristiano inscindibili, dove uno dà forza e autenticità all’altro.

Lei afferma, citando il Santo Padre, che in ambito cattolico c’è una forte ideologizzazione della realtà politica, sociale e religiosa. A suo avviso, com’è possibile rendere con­creto il Vangelo a fronte di questo limite?

Gli ultimi Pontefici spesso hanno evidenziato come la fede non è affat­to ideologia, né tantomeno va ridotta a essa. Francesco ci ricorda: “Gli ideologi falsificano il Vangelo. Ogni interpretazione ideologica, da qualsi­asi parte venga, è una falsificazione del Vangelo. E questi ideologi – l’ab­biamo visto nella storia della Chie­sa – finiscono per essere intellettuali senza talento, eticisti senza bontà”. E’ interessante notare che ciò non vale solo per i credenti. Anche i politici eccessivamente ideologizzati rischia­no di diventare “intellettuali senza talento, eticisti senza bontà”. Si pensi a quella politica fatta solo di slogan e promesse, o alle citazioni di princi­pi etici, fatte con ipocrisia e retorica. Se è possibile una santità politica, se sono possibili autentici cristiani nella vita sociale e politica certamente non possono essere ideologici e fondamen­talisti.

TROMBA DELLE SCALE SPIRALE

Secondo lei, il clericalismo ha inciso negativamente sull’impegno dei cat­tolici in politica?

Siamo a Lecce ed è bello e dovero­so ricordare che, uno dei grandi ma­estri che ha messo in guardia contro ogni forma di clericalismo, è stato il vostro compianto Vescovo Michele Mincuzzi, che per me è stato padre e amico. Nel libro cito una sua lezio­ne, per rispondere alla sua domanda, sono importanti le sue parole. “Il cle­ricalismo – scriveva Mincuzzi – è ten­denzialmente conservatore, cioè anti­storico, antibiblico: perché la novità della Parola porta ad una visione della storia che non è chiudersi nel ciclo, ma rompere il ciclo per andare avanti verso i tempi ultimi, i cieli e la terra nuovi”. Mi sembra che ci rien­trano non solo parecchi pastori cat­tolici, ma anche parecchi cattolici chiusi nel loro mondo, spesso anche corrotto, incapaci di guardare avanti e di leggere con saggezza la storia, per annunciare a tutti il Vangelo. Del resto Francesco ha detto con chiarez­za: “quando nel popolo di Dio non c’è profezia, il vuoto che lascia vie­ne occupato dal clericalismo”. E ciò vale anche per i cattolici in politica che hanno smesso di essere profeti e sono diventati clericali!

Purtroppo non c’è solo il clericalismo, anche il problema della corruzio­ne…

Francesco spesso fa riferimen­to al tema della corruzione, nella Chiesa come nel mondo. Il fatto che il Papa abbia avuto il coraggio di de­nunciare questa piaga non significa affatto che tutti i pastori e i laici cat­tolici siano pronti a fare altrettanto. Lottare contro la corruzione esige un cuore retto e ricolmo di amor di Dio. Francesco ne è ben cosciente, non a caso afferma: “È degno di nota il fat­to che, persino chi apparentemente dispone di solide convinzioni dottri­nali e spirituali, spesso cade in uno stile di vita che porta ad attaccarsi a sicurezze economiche, o a spazi di potere e di gloria umana che ci si procura in qualsiasi modo, invece di dare la vita per gli altri nella missio­ne” (Evangelii Gaudium, n. 80). Sulla base di questa rettitudine morale si può costruire un itinerario di lotta alla corruzione fatto di intelligenza, passione e comunione.

La formazione dei giovani non può prescindere dall’ambito socio-politico. Perché, secondo lei, le nuo­ve generazioni sono così lontane da questi temi?

Molti giovani, specie in Italia, si sentono e vogliono essere fuori dalla storia sociale e politica, vivono nei loro nascondigli, belli o brutti che siano. Non si interessano di niente o, peggio, di un bel cavolo di niente. Perché succede questo? Gli esperti parlano di diverse cause, spesso con­nesse alla storia personale. Voglio dire che il problema va letto a partire dalla persona, dall’educazione alla comunità e alla responsabilità sociale ricevute in famiglia, a scuola e in par­rocchia; ma ciò non toglie che anche i cattivi politici allontanino i giovani, che spesso sono disgustati dalla catti­va politica, quella corrotta e autorefe­renziale. Come anche va condannato quell’atteggiamento di alcuni politici che usano i giovani solo come mano­valanza e non come soggetti da aiuta­re a crescere e inserire nella vita dei partiti e delle istituzioni. Il passag­gio obbligato ritorna a essere quello educativo: educare, educare, educare giovani e adulti a una cittadinanza at­tiva e responsabile.

Crede che sia urgente una formaliz­zazione dei percorsi di formazione socio-politica nelle Chiese locali? Per quale ragione? E in che modo?

Le Chiese locali hanno una gran­de responsabilità. Per esperienza so che i migliori politici, specie a livello locale, sono quelli formati e fra questi ci sono molti provenienti dal laicato cattolico, di Chiese vive, attente al mondo. Comunità e associazioni de­vono sempre più comprendere che il loro impegno educativo non deve es­sere sporadico ma costante, sia per i giovani e adulti in generale, sia per i cattolici già impegnati nella politi­ca e nelle varie istituzioni. La nuova classe dirigente nasce solo in questi percorsi seri e profondi. Significa­tive le parole di Francesco: “In un momento di crisi come l’attuale è dunque urgente che possa crescere, soprattutto tra i giovani, una nuova considerazione dell’impegno politi­co, e che credenti e non credenti in­sieme collaborino nella promozione di una società dove le ingiustizie pos­sano essere superate e ogni persona venga accolta”.

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