Welfare e Politica/Le Sfide dei Cattolici secondo Papa Francesco
A colloquio con Don Rocco D’Ambrosio, autore del volume “Non come Pilato”. Coedizione di “Cercarsi un fine” e la “Meridiana”.
Rileggere la Dottrina Sociale Cattolica alla luce del Magistero di Papa Francesco, significa abituarsi ai verbi dell’esodo e dell’uscita e ai luoghi della periferia e delle povertà dell’uomo. Don Rocco D’Ambrosio, da anni “predica” la necessità che il cristiano impari ad essere anche cittadino cattolico, protagonista della polis secondo i valori del Vangelo. Nel volume “Non come Pilato”, di recente pubblicazione, sovrappone l’insegnamento della Chiesa nel post Concilio con le indicazioni del Santo Padre.
Don Rocco, secondo quali presupposti teorici il rapporto tra cattolici e politica ha acquisito una nuova luce dal Magistero di Papa Francesco?
Papa Francesco va compreso nel solco del Vaticano II. Sin dai primi gesti e dalle prime parole, come Vescovo di Roma, ha testimoniato un profondo riferimento ai temi conciliari, anche senza citarli esplicitamente. Con l’originalità della sua persona e della sua comunicazione, il Papa continua l’attuazione del Vaticano II. Per i temi che ci interessano va ricordato un importantissimo passo: “Il kèrygma possiede un contenuto ineludibilmente sociale: nel cuore stesso del Vangelo vi sono la vita comunitaria e l’impegno con gli altri. Il contenuto del primo annuncio ha un’immediata ripercussione morale il cui centro è la carità” (Evangelii Gaudium, n. 177). Francesco porta a maturazione il cammino conciliare: interessarsi di politica, di economia, di lavoro, in una parola di “mondo”, non è un optional, ma fa parte del cuore stesso dell’annuncio e della salvezza di Cristo.
Secondo la Dottrina Sociale della Chiesa la politica è la più alta forma di carità. Crede che nel panorama italiano l’impegno dei cattolici in tutti i livelli istituzionali della vita politica sia in qualche modo vissuto come autentica chiamata alla carità?
Con molta onestà devo dire che questo non succede spesso. Per due motivi: la carenza di formazione dei cattolici impegnati in politica e il loro conformarsi a logiche molto mondane, di denaro e potere prima di tutto. Altro che poveri e impegno per gli ultimi! E ciò continuerà ad avvenire fino a quando le Chiese locali non prenderanno sul serio la formazione sociale e politica dei credenti. Tuttavia non mancano ottimi esempi, ma sono pochi. Ricordiamoci che i vari Sturzo, Frassati, De Gasperi, La Pira, Moro non nascono sotto i funghi ma in comunità attente e responsabili, protese a evangelizzare tutti gli ambienti umani, politica compresa.
“Uscire da sé”o “andare alle periferie”, sono alcune espresioni fondamentali nel Pontificato di Papa Francesco. In che modo il contributo dei cattolici in politica può fare in modo che si generi una politica “in uscita” nel contesto della nuova evangelizzazione promossa anche dall’Evangelii Gaudium?
L’essere “in uscita” che chiede Francesco alla Chiesa significa evitare di auto-contemplarsi e andare verso le periferie, verso gli ultimi. Questo va tradotto con nuove politiche sociali, con attenzione crescente verso il disagio e le tante forme di povertà (immigrati, disoccupati, giovani non ancora occupati e così via). Non dimentichiamo la lezione della Chiesa italiana nel post-concilio: evangelizzazione e promozione umana sono due modi di essere del cristiano inscindibili, dove uno dà forza e autenticità all’altro.
Lei afferma, citando il Santo Padre, che in ambito cattolico c’è una forte ideologizzazione della realtà politica, sociale e religiosa. A suo avviso, com’è possibile rendere concreto il Vangelo a fronte di questo limite?
Gli ultimi Pontefici spesso hanno evidenziato come la fede non è affatto ideologia, né tantomeno va ridotta a essa. Francesco ci ricorda: “Gli ideologi falsificano il Vangelo. Ogni interpretazione ideologica, da qualsiasi parte venga, è una falsificazione del Vangelo. E questi ideologi – l’abbiamo visto nella storia della Chiesa – finiscono per essere intellettuali senza talento, eticisti senza bontà”. E’ interessante notare che ciò non vale solo per i credenti. Anche i politici eccessivamente ideologizzati rischiano di diventare “intellettuali senza talento, eticisti senza bontà”. Si pensi a quella politica fatta solo di slogan e promesse, o alle citazioni di principi etici, fatte con ipocrisia e retorica. Se è possibile una santità politica, se sono possibili autentici cristiani nella vita sociale e politica certamente non possono essere ideologici e fondamentalisti.
Secondo lei, il clericalismo ha inciso negativamente sull’impegno dei cattolici in politica?
Siamo a Lecce ed è bello e doveroso ricordare che, uno dei grandi maestri che ha messo in guardia contro ogni forma di clericalismo, è stato il vostro compianto Vescovo Michele Mincuzzi, che per me è stato padre e amico. Nel libro cito una sua lezione, per rispondere alla sua domanda, sono importanti le sue parole. “Il clericalismo – scriveva Mincuzzi – è tendenzialmente conservatore, cioè antistorico, antibiblico: perché la novità della Parola porta ad una visione della storia che non è chiudersi nel ciclo, ma rompere il ciclo per andare avanti verso i tempi ultimi, i cieli e la terra nuovi”. Mi sembra che ci rientrano non solo parecchi pastori cattolici, ma anche parecchi cattolici chiusi nel loro mondo, spesso anche corrotto, incapaci di guardare avanti e di leggere con saggezza la storia, per annunciare a tutti il Vangelo. Del resto Francesco ha detto con chiarezza: “quando nel popolo di Dio non c’è profezia, il vuoto che lascia viene occupato dal clericalismo”. E ciò vale anche per i cattolici in politica che hanno smesso di essere profeti e sono diventati clericali!
Purtroppo non c’è solo il clericalismo, anche il problema della corruzione…
Francesco spesso fa riferimento al tema della corruzione, nella Chiesa come nel mondo. Il fatto che il Papa abbia avuto il coraggio di denunciare questa piaga non significa affatto che tutti i pastori e i laici cattolici siano pronti a fare altrettanto. Lottare contro la corruzione esige un cuore retto e ricolmo di amor di Dio. Francesco ne è ben cosciente, non a caso afferma: “È degno di nota il fatto che, persino chi apparentemente dispone di solide convinzioni dottrinali e spirituali, spesso cade in uno stile di vita che porta ad attaccarsi a sicurezze economiche, o a spazi di potere e di gloria umana che ci si procura in qualsiasi modo, invece di dare la vita per gli altri nella missione” (Evangelii Gaudium, n. 80). Sulla base di questa rettitudine morale si può costruire un itinerario di lotta alla corruzione fatto di intelligenza, passione e comunione.
La formazione dei giovani non può prescindere dall’ambito socio-politico. Perché, secondo lei, le nuove generazioni sono così lontane da questi temi?
Molti giovani, specie in Italia, si sentono e vogliono essere fuori dalla storia sociale e politica, vivono nei loro nascondigli, belli o brutti che siano. Non si interessano di niente o, peggio, di un bel cavolo di niente. Perché succede questo? Gli esperti parlano di diverse cause, spesso connesse alla storia personale. Voglio dire che il problema va letto a partire dalla persona, dall’educazione alla comunità e alla responsabilità sociale ricevute in famiglia, a scuola e in parrocchia; ma ciò non toglie che anche i cattivi politici allontanino i giovani, che spesso sono disgustati dalla cattiva politica, quella corrotta e autoreferenziale. Come anche va condannato quell’atteggiamento di alcuni politici che usano i giovani solo come manovalanza e non come soggetti da aiutare a crescere e inserire nella vita dei partiti e delle istituzioni. Il passaggio obbligato ritorna a essere quello educativo: educare, educare, educare giovani e adulti a una cittadinanza attiva e responsabile.
Crede che sia urgente una formalizzazione dei percorsi di formazione socio-politica nelle Chiese locali? Per quale ragione? E in che modo?
Le Chiese locali hanno una grande responsabilità. Per esperienza so che i migliori politici, specie a livello locale, sono quelli formati e fra questi ci sono molti provenienti dal laicato cattolico, di Chiese vive, attente al mondo. Comunità e associazioni devono sempre più comprendere che il loro impegno educativo non deve essere sporadico ma costante, sia per i giovani e adulti in generale, sia per i cattolici già impegnati nella politica e nelle varie istituzioni. La nuova classe dirigente nasce solo in questi percorsi seri e profondi. Significative le parole di Francesco: “In un momento di crisi come l’attuale è dunque urgente che possa crescere, soprattutto tra i giovani, una nuova considerazione dell’impegno politico, e che credenti e non credenti insieme collaborino nella promozione di una società dove le ingiustizie possano essere superate e ogni persona venga accolta”.


















