Zavattaro racconta il “suo” Bergoglio
Quindi Lei trova un’analogia di stile con i due Giovanni Paolo?
C’è una grande analogia con i due Giovanni Paolo, sia per il modo di rapportarsi, sia per la scelta delle parole. Mi viene in mente Paolo VI che recita la poesia di Trilussa sulla vecchina cieca per parlare della fede o Francesco che cita la nonna quando dice che il sudario non ha tasche per parlare della cupidigia di alcuni nell’accaparrarsi tutti i beni possibili e immaginabili.
Nello stesso tempo c’è una sintonia anche con Benedetto, una sintonia fatta di parole che forse noi non abbiamo avuto modo di cogliere appieno nel pontificato di Benedetto: quell’umiltà che Francesco ha voluto sottolineare subito in quell’incontro del 23 marzo a Castel Gandolfo quando a Papa Benedetto ha regalato l’icona della Madonna dell’Umiltà dicendo “Come l’ho vista ho pensato a Lei perché nei suoi quasi otto di pontificato ci ha insegnato molto sull’umiltà”.
Lei, nel libro, accenna anche alla riforma della Curia romana. Purtroppo i media insistono sugli aspetti scandalistici della questione…
Questo fa parte del modo di raccontare che si utilizza soprattutto nel mondo dei media dove i cosiddetti approfondimenti tendono spesso a tralasciare gli aspetti positivi, calcando la mano su quelli negativi. Questo è un tipo di comunicazione che può essere compreso, ma non per forza condiviso visto che predilige un approccio fatto di divisioni e di spaccature piuttosto che una riflessione pacata.
Nel libro ho cercato di raccontare alcune delle scelte a cui il Papa ha già accennato e che porteranno cambiamenti e novità all’interno della Chiesa come la riforma della curia o la questione, piuttosto delicata, dello Ior a cui Francesco ha rivolto accenni fugaci, come quando ha affermato che San Pietro non aveva un conto in banca.
Il mio è un tentativo per cercare di capire quali saranno i cambiamenti che Francesco apporterà a partire dall’autunno prossimo visto che dall’1 al 3 ottobre ci sarà questa riunione del gruppo degli otto cardinali i suoi stretti consiglieri, se così li possiamo definire, che dovranno, insieme a Francesco, guidare questo tempo di cambiamenti.
Quindi da giornalista credente, Lei un’idea precisa su questo non se l’è ancora fatta.
L’idea che mi sono fatta e che ho condiviso anche nel libro, è quella della semplificazione, cioè il cercare di rendere la curia meno burocratica, ma più snella e attenta ai contenuti; e di riformare lo Ior in modo che sia in grado di lavorare al fianco delle realtà locali. Io non credo, come qualcuno sottolinea, che il Papa voglia smantellare la banca vaticana, ma semplicemente renderla più trasparente e più attenta ai bisogni reali della comunità cristiana.
Rispetto al passato si nota un’attenzione maggiore da parte della Rai per la Chiesa e per il Papato. È un impressione o è cosi?
Innanzitutto partiamo dal presupposto che il nostro mestiere è quello di raccontare e nel momento in cui c’è un avvenimento va data la notizia. Con Wojtyla c’era una certa accentuazione perché, almeno fino al Giubileo del 2001, era molto presente, anche alla luce dei numerosi avvenimenti di quegli anni, ma l’attenzione è andata scemando con l’età che avanzava e con il male che l’ha tenuto fermo.
Con Benedetto abbiamo avuto meno cose rispetto agli inizi di Wojtyla proprio perché anche lui si prestava meno agli eventi. Wojtyla, per esempio, ha fatto più santi e più beati di tutti i Papi che l’hanno preceduto e, di conseguenza, aumentavano proporzionalmente anche il numero delle celebrazioni. Con Francesco c’è ogni giorno un avvenimento ed è normale essere attenti a ciò che il Papa fa e quindi darne notizia.
Un altro fenomeno di carattere comunicativo è dato dal fatto che spesso da persone che lo vedono in privato vengano fuori parole e pensieri che il Papa comunica durante gli incontri. Questa è una novità assoluta.
Credo che sia proprio nello stile di Francesco, uno stile da Papa libero che durante le sue manifestazioni private come le celebrazioni mattutine in Santa Marta o gli incontri riservati con i vescovi, usa toccare tranquillamente i problemi perché sa che devono essere, non dico risolti, ma posti in luce nel modo più corretto. Questa sua libertà e questo suo modo di affrontare fuori dai denti queste argomentazioni così delicate e di evidenziarne gli aspetti positivi, ma anche quelli negativi, rientrano nelle sfide del suo Pontificato.















